La mobilità condivisa e circolare è spesso presentata come la soluzione ideale per città più sostenibili, ma quanto è davvero efficace nel lungo periodo?
Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a un boom della mobilità condivisa: car sharing, scooter sharing, bike sharing e, più recentemente, monopattini elettrici a flusso libero. Promessi come soluzioni ecologiche e smart, questi servizi sono stati inseriti nel racconto della transizione green come pilastri fondamentali.
Ma quanto sono davvero circolari questi modelli? Dietro le app fluide e i mezzi colorati, si nasconde una realtà fatta di logistica complessa, materiali ad alto impatto e cicli di vita spesso troppo brevi.
Dove la mobilità condivisa funziona davvero
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Aumento del tasso di utilizzo: i veicoli condivisi, in media, vengono usati molte più volte rispetto a quelli privati. Questo è il primo principio circolare: massimizzare l’uso di un bene esistente.
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Car sharing station-based: modelli come il car sharing a postazione fissa (tipo Enjoy o ShareNow nei primi anni) permettono una migliore pianificazione logistica, manutenzione e pulizia dei veicoli.
→ Risultato: più durata e meno dispersione di risorse. -
Fleet management digitale: alcune aziende utilizzano sistemi di manutenzione predittiva per prolungare la vita dei veicoli. Esempi virtuosi arrivano da operatori di scooter sharing elettrico che ricondizionano i mezzi tra un utilizzo e l’altro.
Dove il sistema si inceppa
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Durata media troppo bassa: in molte città, bici e monopattini condivisi durano meno di 2 anni. Vandalismo, usura rapida e design non modulare rendono difficile il riutilizzo o la riparazione.
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Greenwashing da elettrico: il passaggio all’elettrico non è automaticamente circolare. Le batterie al litio hanno un ciclo di vita critico e, senza un piano di recupero e second life, diventano un problema ambientale.
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Fine vita dei mezzi poco trasparente: molti operatori non rendono pubblici i dati sullo smaltimento o riciclo dei veicoli a fine vita. In alcuni casi, intere flotte vengono dismesse e inviate in blocco a centri di raccolta, senza un vero piano di recupero dei materiali.
Come rendere la shared mobility più circolare
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Design modulare e riparabile: mezzi progettati per essere facilmente smontati, riparati e aggiornati, anziché sostituiti.
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Second life per le batterie: raccolta e reimpiego delle batterie esauste in sistemi di accumulo statico, ad esempio per l’illuminazione urbana o l’alimentazione di stazioni di ricarica.
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Partnership con operatori del riciclo: accordi trasparenti con aziende specializzate nella rigenerazione di materiali (metalli, plastica, elettronica).
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Misurazione degli impatti reali: LCA (Life Cycle Assessment) per ogni tipologia di mezzo e uso. Solo così si evitano scelte apparentemente green ma dannose nel lungo periodo.
Il passaggio da sharing a mobilità condivisa e circolare non è automatico: richiede progettazione, manutenzione, trasparenza e partnership lungo tutta la filiera.
Per le aziende, c’è un’opportunità concreta: ripensare la mobilità urbana non solo come un servizio, ma come un sistema rigenerativo.
La sfida non è solo ridurre le emissioni, ma aumentare la durata, recuperare materia, ridurre sprechi. Solo così la mobilità condivisa diventa davvero sostenibile.

